di Guido Lenzi
Il negoziato sull’Ucraina appare congelato dall’irriducibilità delle pretese del Cremlino. In apparente attesa di un piano articolato offerto dal pacificatore-in-capo americano, ma anche per i numerosi ponti che si è tagliato alle spalle. Che gli impediscono di rinunciare alle posizioni di partenza.
Ogni negoziato, si sa, si regge su concessioni reciproche, e ogni pace ‘giusta e duratura’ si basa sulla parziale insoddisfazione di ambedue le parti. Condizioni di partenza e prospettive finali che in Ucraina appaiono ancora distanti.
Un cessate il fuoco, risultato minimo quanto meno iniziale, dovrebbe consentire di congelare le linee del fronte, in attesa di tempi migliori. Come avvenuto in Corea, in Vietnam, persino a Cipro senza impedirgli di aderire all’Unione europea, né ai due Stati in questione di mantenere il loro status di membri dell’Alleanza atlantica.
Il che consentirebbe però al Cremlino di disporre della quasi totalità della costa marittima dell’Ucraina, Né ne scongiurerebbe l’astensione da operazioni intimidatorie sugli altri Paesi limitrofi, Georgia, Armenia, Moldova, Balcani, candidati anch’essi all’UE e alla NATO.
Improponibile sarebbe comunque per Mosca ‘disannettere’ le provincie che ha incorporato costituzionalmente, ben oltre quelle che contengono una consistente popolazione russofona.
Al dilà della soluzione del contenzioso bilaterale, permarrebbe l’esigenza di assicurare la ricomposizione dell’ordinamento paneuropeo sconvolto.
Mosca continua a rivendicare una “Nuova architettura di Sicurezza Europea”, non soltanto rinnegando l’Atto Finale di Helsinki concluso esattamente cinquant’anni fa, ma voltando le spalle all’Europa, alla quale sostiene di non appartenere dichiarandosi ‘euro-asiatica’ (con un occhio di riguardo alla Siberia e alla Cina), Rivelatore a tale proposito, appena due mesi prima dell’aggressione all’Ucraina, fu l’invio di una bozza di Trattato a Washington e alla NATO (nota bene, non all’Unione europea).
E’ ormai chiaro che lo scopo primario di Putin, ripetutamente esplicitato dai suoi collaboratori, è di ristabilire con Washington, sulle spalle dell’Europa, il rapporto bipolare che le restituirebbe il perduto status di ‘superpotenza’. Un risultato che Trump appare disposto a concedergli, nell’apparente tentativo di sottrarlo all’influenza di Pechino.
Il che lascia l’Europa faccia a faccia tanto con Putin quanto con Trump. Il progetto di ’Rearm Europe’ costituisce per ora una manifestazione di determinazione politica più che militare. Più consistente l’iniziativa del Premier britannico di raccogliere, al difuori delle strutture europee e atlantiche, una “coalizione di volenterosi’ rivolta anche al Canada, all’Australia, al Giappone.
La NATO e l’Unione non sono d’altronde più quello che sono state all’origine, La NATO non deve infatti necessariamente predisporsi per uno scontro aperto lungo la nuova linea divisoria continentale; né la nuova fisionomia dell’Unione deve tradursi in un blocco omogeneo, al pari delle ‘grandi potenze’. Ambedue devono invece attrezzarsi e collegarsi diversamente, per far fronte alla consistenza delle nuove sfide continentali.
Nella salvaguardia del legame politico del Trattato di Washington, che il Senato americano ha ratificato nel 1949 con la necessaria maggioranza dei due terzi, piuttosto che della collegata struttura militare della NATO.